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Si ignora in quale epoca precisa e in quale
modo il caffè sia stato torrefatto per la prima volta.
Tuttavia si può supporre che la torrefazione si sia
prodotta per caso, come ce lo indicano le leggende degli Arabi,
probabilmente all'inizio del XV secolo: precedentemente, sia
gli Abissini che gli Arabi preparavano un infuso facendo bollire
sia le bacche che le foglie della pianta del caffè.
Un tempo si abbrustoliva il caffè in una padella o
in qualunque altro recipiente posto sul fuoco che veniva mosso
costantemente fino ad ottenere chicchi di colore bruno. Si
credeva che l'operazione avesse termine quando si sprigionava
il profumo. I chicchi venivano poi distesi su una pietra piatta
con l'aiuto di un'altra pietra rotonda.
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Questo sistema veniva usato fino a qualche
anno fa in Colombia e può darsi che lo si pratichi
tuttora in altri paesi. Oggi il principio è lo stesso,
ma viene realizzato con metodi moderni, in fabbrica e non
più in modo artigianale come si faceva un tempo. È'
un vero peccato, perché il caffè torrefatto
dovrebbe essere usato subito per poterne apprezzare tutte
le propietà. Nel secolo XIX e ancora non molto tempo
fa, si trovavano presso i negozi di casalinghi piccoli tamburi
di forma cilindrica o sferica con una manovella, sul modello
delle macchine industriali con i quali, in casa, si facevano
abbrustolire una o due libbre di caffè alla volta.
Occorreva molta pazienza per girare la manovella per 30 o
40 minuti, ma questa pazienza veniva ricompensata con la degustazione
di un ottimo caffè, a condizione che si fossero scelti
grani di ottima qualità. In questo modo si abbrustoliva
il caffè più volte nella settimana a seconda
delle esigenze. Oggi è piuttosto difficile immaginare
che si possa abbrustolire in proprio il caffè: tuttavia
se si ha passione per questa bevanda come l'avevano Balzac
o Luigi XV, è possibile farlo. La torrefazione avviene
nel modo seguente: il caffè verde viene portato progressivamente
ad alta temperatura. A 100 °C comincia a perdere l'umidità
e prende una tinta gialla. Da 150 a 180 °C, avvengono
grosse modifiche.
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a decomposizione operata dal fuoco comincia:
i grani prendono una colorazione da bruno chiaro a marrone;
essi si gonfiano, la fenditura si allarga e libera un olio
essenziale, il caffeone. Si sprigiona uno squisito aroma e
i grani lucenti e unti incominciano a scoppiettare, prendendo
un colore « tonaca di frate ». La temperatura
ha raggiunto circa 230 °C; è giunto il momento
di ritirare il caffè dal calore e di raffreddarlo rapidamente
stendendolo all'aria in modo da provocare la rapida condensazione
delle essenze aromatiche volatili. La colorazione più
o meno intensa determinerà il voluto grado di torrefazione
secondo il gusto dei consumatori. (Gli Americani del Nord
e gli Scandinavi preferiscono i chicchi biondi (light roast)
mentre gli Americani del Sud e gli Europei li preferiscono
più bruni (medium roast); quanto agli Italiani desiderano
una torrefazione ancora più avanzata (full roast).
Il caffè torrefatto conserva per breve tempo tutte
le sue qualità. Con questa operazione ha perso il 30%
dell'aroma raffreddandosi. Poiché è un prodotto
organico, si degrada rapidamente: il contatto con l'aria provoca
l'ossidazione delle materie volatili e aromatiche. In due
giorni, il caffè macinato ha perso tutta la sua «
anima ». L'ideale sarebbe di abbrustolire e macinare
il fabbisogno di caffè per la giornata. Invece del
macinino elettrico a lame è preferibile usare il macinino
a molla che trita il chicco uniformemente, oppure il mortaio
in legno o in marmo. La macinazione deve adattarsi alla preparazione
del caffè: fine per la macchina espresso, media per
i filtri, più grossa per le caffettiere di tipo napoletano.
Il caffè torrefatto di fresco può conservare
l'aroma se messo nel congelatore. In questo caso, si preleva
la sera prima la quantità necessaria per la giornata
lasciandola nel frigorifero perchè si scongeli lentamente.
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| Tratto da Felipe Ferrè "Il Caffè"
1988 Silvana Editoriale |
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